A distanza di un mese dai fatti di Parigi, facciamo il punto sulla risposta dell'Europa
Abbiamo visto quasi subito i "distinguo" su Charlie. Prima tutti con lui, con i 12 morti a terra. Appena dopo la manifestazione unitaria dell' 11 gennaio a Parigi, si sono riaperte le crepe d'Europa e sono riapparsi i diversi filoni culturali, le posizioni ideologiche e quelle di comodo. Anche di corto raggio.
Pur nel cordoglio comune, Charlie secondo alcuni sarebbe stato imprudente o troppo libero. Privo di buon senso o del senso comune. Insomma se la sarebbe andata in qualche modo a cercare.
Pur nel cordoglio comune, Charlie secondo alcuni sarebbe stato imprudente o troppo libero. Privo di buon senso o del senso comune. Insomma se la sarebbe andata in qualche modo a cercare.
Abbiamo segnalato la prudenza immediata dei giornali britannici; come la morbidezza di alcuni uomini di cultura nostrani, che hanno ragionato sulla "ubriacatura di libertà" che caratterizzerebbe il nostro tempo (della quale saremmo satolli) e la simmetrica voglia di guida e protezione. Cioè di difesa sociale.
L'invito del Papa a ragionare sui limiti della libertà di espressione (con la poco felice metafora del pugno a chi insulta la mamma); una certa convergenza vaticana con l'Islam e con la Chiesa Ortodossa a tutela della libertà religiosa e del diritto di non ricevere insulti laicisti; un Putin sornione, difensore del buon senso e inedito paladino della libertà religiosa.
Gli USA preoccupati che, nel pendolo antico tra autorità e libertà, l'Europa possa privilegiare quest'ultima -al canto della Marsigliese- indebolendo la cultura del contrasto deciso al terrorismo anche attraverso tutto l'armamentario delle leggi speciali messe a punto dopo gli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono.
Di fronte a tutto questo, dopo le imponenti manifestazioni in tutta Europa che ci hanno commosso (e soprattutto fatto sperare in un sussulto dei Popoli per il superamento del tradizionale approccio mercantile, burocratico e tecnico-finanziario) l'Unione Europea di nuovo ondeggia. E si impantana sul terreno degli interessi strategici e delle ragioni di Stato. Spesso divergenti. Spesso di piccolo cabotaggio.
A partire dal 19 gennaio, data del primo vertice a Bruxelles dei ministri degli esteri dell'Unione, è tutto un rincorrersi di incontri che appaiono orientati più a dare l'impressione di fare che a fare sul serio. Il 28 gennaio a Riga è la volta dei ministri degli affari interni. Ne escono documenti sommari, pieni di buone intenzioni e di qualche parvenza di concretezza (per lo più di coordinamento tecnico e di scambio informativo).
Ma non emerge una politica comune per la sicurezza. Non ci sono strumenti sovranazionali, nè vere deleghe di poteri. Ma soprattutto manca la volontà (o la possibilità) di volare alto. Ciascuno torna a casa sua e dice ai media ciò che è utile alla tenuta del proprio consenso interno.
Per di più è visibile un certo scollamento con l'Inghilterra, che il 24 gennaio organizza con gli USA, a Londra, un pragmatico incontro tra i membri della coalizione contro lo Stato Islamico, in Siria e l'Iraq, anche nel più ampio quadro delle relazioni con Mosca. Vado in chiaro: anche in materia di terrorismo islamico gli Inglesi preferiscono parlare la loro lingua e declinare la loro cultura piuttosto che affrontare la Babele continentale.
I nostri giornali nel frattempo sono pieni di Grecia, sospesa tra euforia e default; troika un pò fuori moda; borse magre e nervose come lupe; Draghi che difende tutto; prezzo del petrolio e cambio Euro/Dollaro: entrambi inediti. Non manca Renzi pigliatutto e l'immutabile Festival di Sanremo. Il resto è Ucraina; schieramento di nuove basi Nato all'est; minaccia russa rediviva; Giordania amica e coraggiosa. Eroi del Popolo curdo. Donne di Kobane.
E ancora i giornali di casa sono pieni di Grande Germania e (meno Grande) Francia, che insieme negoziano (con quale delega?) i nostri comuni destini. Mentre l'Alto Rappresentante Mogherini tace tenacemente. Un minestrone opaco e confuso, che sa più di intrigo di oligarchi che di democrazia matura e diffusa. I pilastri della Civiltà che fu di Pericle e di Augusto non sembrano più poggiare qui da noi!
Mentre speriamo che su questa desolazione possa mettere una pezza il prossimo incontro dei Capi di Stato e di governo europei, in calendario a Bruxelles, osservo soltanto che il contrasto al terrorismo si fa solo con la Politica e con il consenso popolare. Occorre unirsi e fidarsi. Udire cuori battere insieme. Occorre spiegare alla gente il meccanismo della paura, e come questa venga indotta ad arte. Secondo precisi rituali barbarici. E come ad essa si possa reagire con la ragione, la solidarietà e l'intelligenza. Occorre consapevolezza e largo consenso dal basso. Solo su questa base Istituzioni credibili possono innestare misure decise, e arrivare persino ad una limitazione delle libertà a favore dell'autorità e della sicurezza, senza mai superare le garanzie della nostra tradizione giuridica.
Chi -come me- c'era, sa che 35 anni fa, dopo molti errori iniziali, alcuni dei quali rivedo uguali, la battaglia al terrorismo nostrano (quello delle brigate rosse e dei nuclei armati proletari, per intenderci) fu impostata e vinta da una Politica ancora decente su una larga base di consenso di Popolo.
Per vincere l'idea di un Califfato a Parigi e a Roma, e ridare speranza alla gente, occorre costruire presto un Popolo e una Politica europea. Che non ci sono. E far respirare un sogno comune. Fino a quel momento -temo- saremo a rischio. In balia di un mondo governato altrove.
L'invito del Papa a ragionare sui limiti della libertà di espressione (con la poco felice metafora del pugno a chi insulta la mamma); una certa convergenza vaticana con l'Islam e con la Chiesa Ortodossa a tutela della libertà religiosa e del diritto di non ricevere insulti laicisti; un Putin sornione, difensore del buon senso e inedito paladino della libertà religiosa.
Gli USA preoccupati che, nel pendolo antico tra autorità e libertà, l'Europa possa privilegiare quest'ultima -al canto della Marsigliese- indebolendo la cultura del contrasto deciso al terrorismo anche attraverso tutto l'armamentario delle leggi speciali messe a punto dopo gli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono.
Di fronte a tutto questo, dopo le imponenti manifestazioni in tutta Europa che ci hanno commosso (e soprattutto fatto sperare in un sussulto dei Popoli per il superamento del tradizionale approccio mercantile, burocratico e tecnico-finanziario) l'Unione Europea di nuovo ondeggia. E si impantana sul terreno degli interessi strategici e delle ragioni di Stato. Spesso divergenti. Spesso di piccolo cabotaggio.
A partire dal 19 gennaio, data del primo vertice a Bruxelles dei ministri degli esteri dell'Unione, è tutto un rincorrersi di incontri che appaiono orientati più a dare l'impressione di fare che a fare sul serio. Il 28 gennaio a Riga è la volta dei ministri degli affari interni. Ne escono documenti sommari, pieni di buone intenzioni e di qualche parvenza di concretezza (per lo più di coordinamento tecnico e di scambio informativo).
Ma non emerge una politica comune per la sicurezza. Non ci sono strumenti sovranazionali, nè vere deleghe di poteri. Ma soprattutto manca la volontà (o la possibilità) di volare alto. Ciascuno torna a casa sua e dice ai media ciò che è utile alla tenuta del proprio consenso interno.
Per di più è visibile un certo scollamento con l'Inghilterra, che il 24 gennaio organizza con gli USA, a Londra, un pragmatico incontro tra i membri della coalizione contro lo Stato Islamico, in Siria e l'Iraq, anche nel più ampio quadro delle relazioni con Mosca. Vado in chiaro: anche in materia di terrorismo islamico gli Inglesi preferiscono parlare la loro lingua e declinare la loro cultura piuttosto che affrontare la Babele continentale.
I nostri giornali nel frattempo sono pieni di Grecia, sospesa tra euforia e default; troika un pò fuori moda; borse magre e nervose come lupe; Draghi che difende tutto; prezzo del petrolio e cambio Euro/Dollaro: entrambi inediti. Non manca Renzi pigliatutto e l'immutabile Festival di Sanremo. Il resto è Ucraina; schieramento di nuove basi Nato all'est; minaccia russa rediviva; Giordania amica e coraggiosa. Eroi del Popolo curdo. Donne di Kobane.
E ancora i giornali di casa sono pieni di Grande Germania e (meno Grande) Francia, che insieme negoziano (con quale delega?) i nostri comuni destini. Mentre l'Alto Rappresentante Mogherini tace tenacemente. Un minestrone opaco e confuso, che sa più di intrigo di oligarchi che di democrazia matura e diffusa. I pilastri della Civiltà che fu di Pericle e di Augusto non sembrano più poggiare qui da noi!
Mentre speriamo che su questa desolazione possa mettere una pezza il prossimo incontro dei Capi di Stato e di governo europei, in calendario a Bruxelles, osservo soltanto che il contrasto al terrorismo si fa solo con la Politica e con il consenso popolare. Occorre unirsi e fidarsi. Udire cuori battere insieme. Occorre spiegare alla gente il meccanismo della paura, e come questa venga indotta ad arte. Secondo precisi rituali barbarici. E come ad essa si possa reagire con la ragione, la solidarietà e l'intelligenza. Occorre consapevolezza e largo consenso dal basso. Solo su questa base Istituzioni credibili possono innestare misure decise, e arrivare persino ad una limitazione delle libertà a favore dell'autorità e della sicurezza, senza mai superare le garanzie della nostra tradizione giuridica.
Chi -come me- c'era, sa che 35 anni fa, dopo molti errori iniziali, alcuni dei quali rivedo uguali, la battaglia al terrorismo nostrano (quello delle brigate rosse e dei nuclei armati proletari, per intenderci) fu impostata e vinta da una Politica ancora decente su una larga base di consenso di Popolo.
Per vincere l'idea di un Califfato a Parigi e a Roma, e ridare speranza alla gente, occorre costruire presto un Popolo e una Politica europea. Che non ci sono. E far respirare un sogno comune. Fino a quel momento -temo- saremo a rischio. In balia di un mondo governato altrove.
Caro Massimo, condivido quello che esprimi in questo articolo e sottolineo quello che riporti in conclusione, ovvero che è necessario avere più Europa, una politica europea più distante dai singoli Stati e centrata sui cittadini. Soltanto costruendo una sorta di Stati Uniti d'Europa si riuscuirà a fornteggiare gli attacchi dei terroristi e religiosi e di quelli finanziari.
RispondiEliminaUn caro saluto
Francesco
Grazie intanto Francesco per ciò che scrivi. Ho visto tanti errori nel contrasto del terrorismo nostrano tanti anni fa. Il più grosso, all'inizio, è stata la divisione tra il Popolo. Nè con lo Stato nè con le brigate rosse, si urlava in piazza, e alcuni lo ripetevano anche a casa. Poi si capì che così si sarebbe faticato molto a vincere. I costi delle divisioni sono sempre altissimi. E allargano la paura. La prima regola è non aiutare il nemico. Così oggi: dobbiamo ad ogni costo cercare di avere più Europa. Quindi lavorare in Italia per chi tiene all'Europa. Per fortuna abbiamo giovani generazioni immuni dalle ideologie del 900 e che sono nati già cittadini d'Europa...!
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