Dopo la geopolitica, un quadro domestico allargato al cortile e alla piazza del mercato.
Il sabato, nel paese dove vivo, è giorno di mercato. Il banco delle verdure, ricco e colorato, è gestito da un giovane veneto di buone maniere, sempre sorridente. Con lui lavorano la moglie e due ragazze dell'est europeo. Anche loro educate e gentili. Lui parla con una signora anziana, con gli occhi vispi e un'aria pacifica. Una nonna. Parlano fitto delle uccisioni barbare di ostaggi in Medio Oriente, delle persecuzioni ai Cristiani, della Libia in fiamme, delle bandiere nere dell'Isis che sventolano vicine. Lei ha paura, si sente di vivere con dei nemici in casa. Lui dice che bisogna andare a spegnere i focolai di barbarie nei Paesi dove i Barbari sono più forti: Siria, Iraq, Libia. "Prima o poi dovremo andare lì", conclude.
Lei accarezza con lo sguardo quel bel ragazzo alto, forte, educato. Sa che ha due figli piccoli. E a bruciapelo, cambiando tono, gli chiede: "ma tu davvero andresti lì a combattere?". Nella domanda c'è la consapevolezza di chi ha visto la guerra. Ora non ha più paura. Racconta di sè. Cerca un'alternativa al conflitto violento. Vuole ancora vivere e proteggere la vita. Da donna.
Lui avverte che il clima è cambiato, mentre le serve i peperoni rossi, e si confonde pensando forse ai suoi bimbi. "Bisogna ben difendere il nostro mondo", dice abbassando gli occhi, "ma abbiamo anche dei soldati volontari che sono pronti! Io penso al lavoro."
Il sabato sera un gruppo di giovani laureati e laureandi si incontra a cena. Appartengono a facoltà scientifiche. Parlano il loro dialetto tecnico, che connota l'identità comune ed esalta l'appartenenza alla stessa cerchia. Si scherza insieme davanti ad un tagliere di salumi e formaggi, mentre si parla dei sogni, del futuro, del lavoro. Si progettano nuove esperienze all'estero, si ripercorrono i mesi belli dell'Erasmus, si valutano le opportunità offerte delle aziende multinazionali che selezionano personale. Una di loro, che ha sempre pensato a Berlino per il proprio futuro professionale, ora ha paura di andare a vivere in una grande metropoli. Che potrebbe essere un obiettivo del terrorismo islamico. Come è successo a Parigi. Il suo ragazzo, forse per solidarietà, dichiara di preferire il treno all'aereo. Negli aeroporti non si sa mai... Un' altra ragazza, ingegnere meccanico, sta partendo per l'Inghilterra a trovare suo fratello, brillante ricercatore a Birmingham. Lo farà con riluttanza, perchè anche lei coltiva un timore nell'anima, ed è sensibile ai discorsi in tavola. Ma non lo dice: si stringe più forte al suo giovane compagno. Poi prevale la gioventù, l'entusiasmo, il gusto per il futuro. Insieme alla gratitudine di vivere in un mondo libero, democratico, in pace da tempo. Da tutto il loro tempo. "Speriamo che duri!", è un primo pensiero, ma quello che vince è: "noi siamo Cittadini d'Europa e la vogliamo unita e forte"
La domenica mattina una famiglia s'incontra a colazione.
Il figlio grande vive lontano, e fa il poliziotto sulle volanti di una media città. Avverte più degli altri il clima inquieto, i problemi dell'immigrazione e dell'integrazione, la diffidenza che aumenta, la gente che s'interroga. Qualcuno ha timore, qualcuno soffia sul fuoco per cavalcarlo e prendere voti. Ma è forte della sua organizzazione e della sua professione. Ne ha viste tante e ne vedrà altrettante. Vuole solo strumenti per lavorare bene e un pò di fermezza in più nelle Istituzioni..
Il figlio grande vive lontano, e fa il poliziotto sulle volanti di una media città. Avverte più degli altri il clima inquieto, i problemi dell'immigrazione e dell'integrazione, la diffidenza che aumenta, la gente che s'interroga. Qualcuno ha timore, qualcuno soffia sul fuoco per cavalcarlo e prendere voti. Ma è forte della sua organizzazione e della sua professione. Ne ha viste tante e ne vedrà altrettante. Vuole solo strumenti per lavorare bene e un pò di fermezza in più nelle Istituzioni..
Il figlio medio è indignato per l'assalto delle bandiere nere al museo di Mosul. Tesori millenari spaccati a mazzate per cancellare il passato e la civiltà. "Barbari" ripete. E per la prima volta il suo radicato pacifismo s'incrina un poco. Poi pensa ad un suo compagno di università. Algerino e musulmano osservante. Non è un integralista nè fiancheggiatore, ma cerca proseliti e giudica male alcuni aspetti della nostra vita. Sostiene i valori della famiglia tradizionale islamica, e quindi contrasta la parità tra i sessi, disapprova vivacemente chi beve un bicchiere di vino, condanna in radice il consumismo. Si sente appartenente alla grande Nazione Islamica e odia Israele per la Palestina. Lui possiede la verità, e non accetta confronto o dialogo. "Un uomo ottuso", ripete il ragazzo, "che sarà classe dirigente italiana, ma con una mentalità medioevale". Lui non vuole integrarsi: vuole cambiare noi! E per la prima volta anche il suo radicato senso di accoglienza e di solidarietà si incrina un poco.
La mamma si arrabbia: ha vissuto a Milano negli anni di piombo. La violenza era nell'aria, sparavano a giornalisti, poliziotti e magistrati. Ogni tanto scoppiava una bomba. Sopra tutte il ricordo di quella di piazza Fontana. Alcuni avevano paura persino ad andare in metropolitana. Ma si lavorava e non si aveva il tempo per tremare. Correndo é difficile farlo. A un certo punto è arrivata la consapevolezza che non se ne poteva più. Che tutto questo doveva finire. E così è stato unendo le forze. Con tenacia. Nella legalità. E poi anche questo è passato, come tutto passa. Basta non mollare mai! Non si risponde alla violenza con altra violenza. Non si incrinano le proprie convinzioni per dei professionisti della paura. Bisogna tenersi forte e resistere.
Il figlio più giovane, ventenne, di solito ardito polemista, sempre presente con posizioni nette e originali, è arrivato tardi nella discussione. Prova a entrarci, ma il campo è caldo, e ne è respinto. Così medita tutte queste cose nel suo cuore. Pensa anche lui che il fratello abbia ragione ad indignarsi per i barbari, anche lui non ha più certezze così forti su pacifismo e accoglienza. Pensa che nessuno ha diritto di distruggere una cultura, un patrimonio dell'Umanità, perchè lo dice un libro o la sua farneticante interpretazione. Tantomeno ne ha diritto per ricattare con la paura o farsi una terribile pubblicità. Ma dentro di lui lavora la voce della mamma. La violenza non paga, vince la fedeltà a sè stessi e la tenacia e la fermezza. Insieme agli altri.
Questo post va letto insieme a quello del 21 febbraio scorso, dal titolo "Terrorismo e geopolitica: chi decide?", dove si fa un'esame "macro" del contesto geopolitico attuale. Il Post che leggete non ha per ora conclusioni, considerazioni o commenti. E' frutto di uno strano mix di realtà e fantasia, ma rende bene il microclima che cambia intorno a noi in conseguenza di quel contesto e l'arietta che tira dalle nostre parti. Anche sotto l'influenza dei media che strombazzano cose contraddittorie, ma "diverse" dal solito. Più interventiste che mai nel dopoguerra. Una storia piccola, vista dal basso. O "dal buco della serratura", come si diceva dello stile di Svetonio.
Il Post rimane sospeso a mezz'aria. Manca la posizione del papa', che nella mia fiction sono io che scrivo in questa domenica pomeriggio, circondato non dalla famiglia immaginaria di prima, ma da quella vera, che qui intorno studia, lavora al computer, ascolta musica, cucina, pulisce il giardino, telefona. Tutto il ragionamento su queste cose lo lascio al prossimo post. Come fosse un romanzo d'appendice. A presto!
Il Post rimane sospeso a mezz'aria. Manca la posizione del papa', che nella mia fiction sono io che scrivo in questa domenica pomeriggio, circondato non dalla famiglia immaginaria di prima, ma da quella vera, che qui intorno studia, lavora al computer, ascolta musica, cucina, pulisce il giardino, telefona. Tutto il ragionamento su queste cose lo lascio al prossimo post. Come fosse un romanzo d'appendice. A presto!